La domanda, inevitabilmente, è
e sarà: perché? Perché Alice?
La risposta carrollianamente corretta potrebbe essere,
ovviamente: “perché sì”, o
in alternativa “perché no?”.
Ma questa Alice non viaggia soltanto nei paesi delle
meraviglie e attraverso gli specchi della fantasia sfrenata
e della totale libertà d’invenzione linguistica;
questa Alice non è soltanto la bambina bionda
e appena un filo saccente, croce e delizia di un signore
geniale e visionario dalla reputazione, ahimé,
fatalmente ambigua: è anche altro.
E’ il salvacondotto per ogni possibile esplorazione
delle parole, del linguaggio e del metalinguaggio, del
gioco e del metagioco, della musica in ogni accezione.
E’ il simbolo di qualcosa, di tante cose che hanno
popolato i sogni e i viaggi di tanti esploratori contemporanei;
e di tante avventure.
E’ la radio che da Bologna negli anni settanta
raccontava in diretta il mondo che esplodeva. E’
quella che si faceva il whisky distillando i fiori,
che non abita più qui (se mai qui è stata),
quella nel cui ristorante stasera nessuno è felice
(e d’altra parte, nel suo ristorante si può
avere tutto quello che si vuole, a parte lei, no?),
quella che guarda i gatti e viaggia nelle città.
E’ il nome che oggi si ritrovano addosso tante
giovani donne che sono nate quando i loro genitori pensavano
che il mondo si potesse cambiare, o almeno colorare
in un altro modo.
E’ il più visionario ( e meno infantile)
dei film di Walt Disney.
E’ tutte noi ragazze che a ogni età e in
ogni situazione ci sentiamo vagamente a disagio, o fuori
posto, troppo grandi o troppo piccole o magre o grasse,
comunque inadeguate, comunque incapaci di scegliere
la parte giusta del fungo, la cosa giusta da fare.
E’ il nonsense, il surreale come sublime piacere
del paradosso, ma anche come grimaldello per esplorare
e raccontare alcuni luoghi dell’indicibile contemporaneo:
per esempio il carcere, per esempio la sofferenza psichica.
Per accompagnare la mia Alice in questa meraviglia di
paese ho chiesto l’aiuto sapiente di Giorgio Gallione,
che la insegue praticamente da sempre, e di Antonio
Marras, che crea poesia e ironia in forma di abiti.
Per farla danzare, ho pensato a Stefano Bollani.
Non so se sono riuscita a spiegare il perché
di questa scelta: ci proverò sul palcoscenico.
Adesso, per dirla con Tom Waits - e chi meglio di lui?
– “all that I can think of is Alice”
LELLA COSTA.
Portare Alice in scena può voler dire intraprendere
“un viaggio che somiglia più ad un cavaturaccioli
che ad un sentiero”, inseguendo tracce che non
portano da nessuna parte, con regole fatte solo di eccezioni.
Così potremo scoprire che anche il nostro mondo,
come quello di Carroll, è solo un gioco illusorio
di ombre e luci dove si può entrare attraverso
una screpolatura dell’aria, un foro della terra
o un'improvvisa debolezza nella superficie di uno specchio.
Alice in palcoscenico può significare allora
coltivare programmaticamente il nonsenso, andando a
“lezione di oblio” o frequentando la scuola
della Finta Tartaruga che insegna a scrivere con “pinna
e calamaro” e dà ripetizioni di “Dissenno”.
Ma Alice è anche inseguire “una specie
di speranza disperata” consapevoli che talvolta
viviamo prigionieri dei sogni altrui e che la "meraviglia
di paese" in cui viviamo spesso è nient'altro
che un mondo odioso e sgarbato, popolato da re e regine
malvagie e da ciclopi ipnotizzatori col volto a forma
di monoscopio.
E se “pensare confonde le idee” o è
consigliabile, come ci dice Alice, imparare a guardare
ogni cosa con una sorta di strabismo mentale, sarà
forse utile (e divertente) attraversare pure i paradossi
e i controsensi del mondo contemporaneo alla ricerca
della follia e dell'insensatezza del nostro paese delle
meraviglie, spesso troppo simile ad una partita a scacchi
giocata da Re decerebrati e arroganti Cappellai Matti.
GIORGIO GALLIONE |