AMLETO

“Perdonate voi tutti, cortesi spettatori,
i piatti e banali ingegni che osano portare su queste
indegne tavole di legno un soggetto così grandioso”.
William Shakespeare
Amleto è una spugna: contiene politica e tragedia
d’amore, studio psicologico e dramma familiare,
violenza e morale, follia e metodo, eccentricità
e malattia, pace e guerra. Le antiche leggende raccontano
l’esistenza di un Amleto addirittura in epoca
anteriore a quella di Cristo. Così Amleth o Amlodi
o Amlaghe, l’idiota, il matto è presente
nelle saghe degli inizi del mondo (esplodere o implodere,
questo è il problema, scrive Italo Calvino) e
in ogni tradizione arcaica: dalla Persia all’Islanda,
dalla Grecia alla Danimarca. Perché la vicenda
di Amleto fa parte di quella grande enciclopedia del
narrabile, di quel “Padre dei racconti”
che contiene la radice di tutte le storie umane. E sempre,
dall’antichità fino a Shakespeare e in
ogni riscrittura contemporanea, Amleto è rappresentato
come il primo degli intellettuali infelici, cerniera
tra mondo arcaico e nuovo sapere, tra Medioevo e modernità;
un giovane colto e melanconico che astutamente armato
di simulata follia lavora alla ricerca della verità
o della vendetta.
Da qui parte il nostro Amleto, dal contratto di finzione
tipico di ogni racconto, dalla semplice e pura magia
del narrare che è ancor oggi l’essenza
del teatro, da una vicenda che nasce dall’ombelico
del mondo e che viaggiando nel tempo e nello spazio
ancora ci riguarda e ci emoziona, da un palcoscenico
nudo che, come ai tempi di Shakespeare, tutto può
evocare.
Giorgio Gallione
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